Nel 2024 il 12,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti aveva tra i propri dipendenti almeno uno specialista ICT, cioè una persona che ha come attività principale lo sviluppo, la gestione o la manutenzione di sistemi e applicazioni informatiche. Nella media dell’Unione europea la quota è del 20,1%. Sono i dati dell’indagine europea sull’uso delle tecnologie dell’informazione nelle imprese, nell’ultimo aggiornamento di Eurostat del 15 giugno 2026.
Con questo valore l’Italia è all’ultimo posto tra i 27 Paesi dell’Unione, dopo la Romania (13,2%) e la Spagna (14,6%). Le quote più alte si registrano a Malta (34,1%), in Danimarca (30,9%) e in Finlandia (30,5%). La Germania è al 22,9%, la Francia al 15,9%.
Un valore più basso di dieci anni fa
Nel 2012, primo anno della serie disponibile, la quota italiana era del 14,1%. È salita fino al 16,8% del 2016, è rimasta intorno al 16% fino al 2019 e nel 2020 è scesa al 12,6%. Dopo il 13,4% del 2022, nel 2024 è al 12,4%, il valore più basso della serie.
La media europea è rimasta invece stabile, tra il 18,9% e il 21,0%. La distanza tra Italia e UE, che nel 2016 era di 3,1 punti, nel 2024 è di 7,6 punti. Nella classifica l’Italia era ultima anche nel 2020, mentre nel 2022 era penultima, davanti alla Romania. Dal 2020 il dato è disponibile ogni due anni.
Il divario è nelle piccole imprese
La distanza dall’Europa non è uguale per tutte le imprese. Tra quelle con 10-49 addetti impiega specialisti ICT il 7,9% delle imprese italiane, contro il 14,0% della media UE: poco più della metà. Tra le medie imprese, con 50-249 addetti, la quota italiana sale al 38,8% (UE: 43,0%), sopra quella di Francia (34,9%) e Spagna (34,7%). Tra le grandi imprese, con almeno 250 addetti, è del 74,6% contro il 78,4% europeo.
Il dato complessivo dipende anche dal peso delle diverse classi di impresa nel totale: è un’ipotesi da verificare, ma una quota ampia di piccole imprese può abbassare la media nazionale anche a parità di comportamento nelle singole classi.
Sotto la media in tutti i settori
Nessuno dei principali settori raggiunge la media europea. La distanza è ampia nei servizi nel loro insieme (13,3% contro 22,4%), nel commercio (11,9% contro 19,1%) e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (20,9% contro 30,9%). Nella manifattura la quota è del 13,6%, contro il 20,6% europeo. Anche nel settore dell’informazione e comunicazione, dove gli specialisti ICT sono più diffusi, la quota italiana (62,0%) resta sotto quella europea (76,2%).
| Settore | Italia | UE-27 |
|---|---|---|
| Manifattura | 13,6% | 20,6% |
| Costruzioni | 5,3% | 8,0% |
| Commercio | 11,9% | 19,1% |
| Trasporti e magazzinaggio | 9,9% | 15,0% |
| Alloggio e ristorazione | 1,6% | 7,7% |
| Informazione e comunicazione | 62,0% | 76,2% |
| Attività professionali, scientifiche e tecniche | 20,9% | 30,9% |
| Servizi amministrativi e di supporto | 14,5% | 18,3% |
| Totale servizi (esclusa finanza) | 13,3% | 22,4% |
Cosa indicano i dati
L’indicatore misura se un’impresa ha almeno uno specialista ICT tra i dipendenti, non quanti ne abbia né se ne cerchi. Non dice nulla sulle competenze digitali del resto del personale e non tiene conto delle attività informatiche affidate a fornitori esterni, che possono sostituire in parte le competenze interne.
Per le imprese e per chi progetta politiche del lavoro e della formazione, il punto più critico sono le piccole imprese: in Italia meno di una su dieci, tra quelle con 10-49 addetti, ha uno specialista ICT in organico. Per le medie imprese, invece, la distanza dalla media europea è contenuta.
