Il 10 settembre 2026 Eurostat ha aggiornato gli indicatori sui giovani che non lavorano e non sono inseriti in percorsi di istruzione o formazione, i cosiddetti NEET, con i dati riferiti al 2025. In Italia i NEET tra 15 e 29 anni sono il 13,3%, circa 1,18 milioni di persone, contro l’11,0% della media europea.
Il valore italiano è il più basso della serie Eurostat, che per l’Italia parte dal 2000, e la distanza dalla media UE (2,3 punti) è la più contenuta da quando è disponibile il dato UE-27, cioè dal 2002. In classifica, però, l’Italia resta nella parte bassa: è al 24° posto su 27 Paesi, ordinati dal valore più basso. Fanno peggio solo Grecia (13,6%), Bulgaria (13,8%) e Romania (19,2%); i valori minori si registrano nei Paesi Bassi (5,3%), in Svezia (5,9%) e in Slovenia (7,6%).
Dieci anni di discesa
Il punto più alto della serie italiana è stato toccato nel 2014, con il 26,2%: oltre dieci punti sopra la media europea (15,7%). Da allora la quota si è quasi dimezzata, con un calo di 12,9 punti contro i 4,7 della media UE. Nell’ultimo anno i NEET italiani sono passati da 1,34 a 1,18 milioni.
Il confronto con gli anni precedenti va letto con cautela: nel 2021 la rilevazione europea sulle forze di lavoro è stata riformata e la serie presenta una rottura, come già nel 2006 e, per l’Italia, nel 2018. Il traguardo fissato dal Piano d’azione del Pilastro europeo dei diritti sociali, un tasso di NEET al 9% entro il 2030, resta lontano sia per l’Italia sia per la media UE.
Chi sono i NEET italiani
La quota italiana supera la media europea soprattutto per la componente inattiva: i giovani che non cercano attivamente lavoro sono l’8,7% della fascia d’età (UE: 6,8%), i disoccupati il 4,7% (UE: 4,2%). Il 9,7% dei 15-29enni, però, dichiara di volere un lavoro (UE: 6,9%).
Il divario cresce con l’età: tra i 15-19enni l’Italia è sotto la media europea (4,5% contro 5,3%), tra i 25-29enni arriva al 20,0% (UE: 14,8%). La quota è del 14,9% tra le giovani donne e dell’11,8% tra i giovani uomini; tra i nati all’estero sale al 24,9%, contro il 12,0% dei nati in Italia.
Tra i giovani con al massimo la licenza media la quota italiana è inferiore a quella europea (12,0% contro 12,9%); tra i diplomati è del 15,0% (UE: 11,0%) e tra i laureati dell’11,1% (UE: 8,0%).
Un divario territoriale ampio
Per ripartizione il valore va dall’8,0% del Nord-Est e dal 9,2% del Nord-Ovest all’11,8% del Centro, per salire al 19,7% nel Sud e al 21,3% nelle Isole. Le province autonome di Bolzano (5,6%) e Trento (6,7%) sono vicine ai Paesi europei con i valori più bassi; Sicilia (22,8%), Campania (21,5%) e Calabria (20,9%) sono tra le venti regioni europee con i valori più alti, su 240 con dato disponibile.
Cosa indicano i dati
Le statistiche non permettono di attribuire il calo a cause specifiche. Il ritardo rispetto all’Europa si concentra però in gruppi precisi: i 25-29enni, le giovani donne, i giovani nati all’estero e le regioni del Mezzogiorno.
Per la pubblica amministrazione, il fatto che molti NEET dichiarino di volere un lavoro senza cercarlo attivamente indica un bacino raggiungibile con servizi di orientamento e di politica attiva. Per imprese e formatori, la quota di diplomati e laureati fuori dal lavoro è un segnale da leggere insieme ai dati sulla corrispondenza tra competenze acquisite e richieste del mercato.
